Dall'incontro in Torre PwC a Milano in avvicinamento a Salone Contract 2027, le nuove direzioni per il mondo degli sviluppi residenziali secondo il Senior fellow di SDA Bocconi, Senior Advisor di Citylife
Cristina Celestino: “Un universo morbido, accogliente ed armonico, capace di tradurre un rigore invisibile in inclusività domestica”
Cristina Celestino, designer - Ph. Simon171
Dal prodotto agli interni, la designer italiana ci invita in un universo che intreccia memoria, rigore mascherato da dolcezza, e una capacità d’ascolto che si fa premessa di un progetto calibrato sul contesto.
Ha esordito al SaloneSatellite dopo la laurea in architettura e, da allora, non si è più fermata. Attiva tanto nel design di prodotto quanto in quello di interni, Cristina Celestino è uno dei volti più riconoscibili del progetto italiano contemporaneo. La sua capacità di rileggere senza nostalgia atmosfere e contesti del passato è forse il suo tratto più riconoscibile. Meno immediata, ma non per questo meno significativa, è la ricerca di una coerenza tra geometrie, comfort delle forme ed ecologia del dettaglio. Nei suoi arredi, la decorazione non è mai superflua, ma parte integrante dell’esperienza d’uso e del contesto. In questa intervista, Celestino parla a tutto campo della sua pratica progettuale, spaziando dalle fonti di ispirazione agli sviluppi del contract, fino alle questioni di genere del design o ai consigli da condividere con i giovani esordienti che si preparano al prossimo Salone.
Quando visitiamo uno spazio storico - penso all'interno di una caffetteria d'epoca o di una dimora storica, senza necessariamente riferirci al lavoro dei grandi maestri - quello che percepisco è un profondo appagamento dei sensi, una pienezza di sensazioni. È la stratificazione del tempo e delle progettualità passate, in contesti che offrivano già un valore architettonico di base, a generare questa magia. Nei miei progetti cerco di "ingannare il tempo". Gioco con la storia come se fosse un abaco di riferimenti, lasciandomi guidare dal contesto dell'edificio e dagli stimoli del paesaggio per costruire il mio alfabeto di segni e la mia palette cromatica. In questo modo la memoria si trasforma, quasi naturalmente, in un linguaggio del contemporaneo. Doso con estrema cura i dettagli e gli accenti, perché voglio che l'insieme sia sempre armonico e mai urlato. Lo scopo è infondere agli spazi un'atmosfera di pienezza, armonia e serenità, lasciando però degli indizi sottili che parlano di modernità, di progettualità e di inaspettato. Lo stesso avviene per il design di prodotto: è un processo creativo più contratto, che tiene sotto controllo ogni dettaglio, un dialogo con meno interlocutori, ma che parte delle stesse premesse progettuali e dallo stesso modo di fare ricerca.
La geometria per me è fondamentale, forse proprio per la mia formazione da architetto. Basti pensare che nei progetti di interni sono rigorosa, quasi ossessiva rispetto agli allineamenti, alle simmetrie e ai rapporti di scala, anche se poi questo rigore rimane nascosto, invisibile nell'esito finale. Quando mi dedico agli arredi può sembrare che il mio lavoro si muova tra gli estremi: ci sono pezzi come il divano Gala o la poltrona Peonia che sembrano disegnati interamente dalle curve, e altri come i tavolini Seeds per Ethimo che nascono da una griglia rigorosa e fanno della geometria la loro matrice. Non si tratta mai di una scelta puramente estetica, ma di una ricerca di senso. I segni che tracciano le forme nascono solo dopo aver trovato la storia giusta da raccontare, l'archetipo da rivisitare o la funzione da indagare. Per questo "smussare gli angoli" non è un esercizio formale, ma il riflesso di un mondo di riferimenti che si fa progetto. Sicuramente la mia visione estetica e la mia progettualità si materializza in un universo morbido, accogliente e armonico, capace di tradurre un rigore invisibile in inclusività domestica.
Sì, per me il contatto con la natura è fondamentale. Lo è sempre stato, ma sento che questa necessità cresce con il passare degli anni. Prendersi cura del verde ha un effetto quasi terapeutico e regala una soddisfazione profonda: ogni azione legata alla terra racchiude un senso di progettualità che guarda lontano, con un orizzonte temporale meravigliosamente lungo e slegato dalla sola volontà umana. Questo legame affonda le radici nella mia biografia e nella campagna in cui sono cresciuta. È per questo che il mondo naturale entra istintivamente a far parte del mio abaco di segni, colori e ispirazioni. Il processo che conduce dal riferimento naturale all'oggetto finale è un'astrazione spontanea: mantengo l'essenza o la suggestione di una forma, di una geometria o di una texture, che poi si arricchisce e si astrae sempre attraverso la sovrapposizione di altri sti-moli e la guida del mio personale senso estetico.
Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una profonda ibridazione degli spazi. Il confine tra casa, hospitality e retail è diventato estremamente fluido: l'hotel cerca il calore intimo della dimensione domestica, la casa si dota di standard e facilities tipici dell'accoglienza alberghiera, e il retail si trasforma in un luogo d'esperienza e connessione emotiva. La committenza è sempre più esigente, costantamente in bilico tra il desiderio di matericità e autenticità e la richiesta di una perfezione industriale. C'è una forte domanda di materiali veri, capaci di invecchiare bene, unita a una ricerca profonda di un comfort che definirei sensoriale: la luce naturale e il benessere psicofisico sono ormai prioritari tanto quanto l'estetica. L'iter progettuale è sempre più complesso e ci lavorano sempre più figure. In questo scenario, il Salone del Mobile si conferma un appuntamento insostituibile. Ormai lontano dall'essere una vetrina di prodotto puramente commerciale, si è evoluto in un ecosistema di pensiero e in un incubatore di idee legato sempre di più in maniera trasversale al tema del progetto. È il luogo in cui convergono le visioni di tutti gli operatori - dei progettisti, l'eccellenza produttiva delle aziende e le competenze degli operatori internazionali. Questa sinergia trasforma la fiera in un momento di sintesi molto importante, che non parla piu' solo di prodotto - ma anche della rete di servizi e di operatori intorno al progetto - capace di decodificare la complessità del settore e di mettere in scena il futuro del progetto, cercando di raccontare l'oggi in tutte le sue sfumature.
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Non credo esista un progetto maschile o femminile; esistono, piuttosto, sensibilità diverse nell'affrontare il progetto. Nella mia esperienza, le donne tendono a valorizzare molto la fase di ascolto e di dialogo, mostrando una forte empatia e un profondo rispetto per la pluralità di attori coinvolti nel processo. Più che un codice estetico comune, parlerei quindi di una predisposizione all'ascolto: un metodo condiviso che lascia poi spazio agli esiti progettuali più diversi, guidati dall'individualità di ciascuna creativa.
Ricordo il mio debutto al SaloneSatellite come un momento di straordinaria comunità e, al tempo stesso, come un vero e proprio trampolino di lancio. Da un giorno all'altro, ti ritrovi esposto con il tuo lavoro davanti a un pubblico globale: è un'anticipazione concentrata, in pochissimi giorni, di quella che sarà poi la realtà della professione. Il consiglio che mi sento di dare ai giovani che vogliono esporre al SaloneSatellite è di non avere fretta: aspettate il momento in cui sentite di aver raggiunto una maturità progettuale, per poter sfruttare al massimo un'occasione di questo livello. È fondamentale presentarsi con un linguaggio già definito e una coerenza visibile nel lavoro che si espone, una maturità data dallo studio e dalla ricerca. Bisogna essere pronti non solo sul piano del progetto, ma anche su quello della comunicazione e della promozione di se stessi. Il Satellite è il primo, vero banco di prova di una professione complessa e meravigliosamente sfaccettata.



