Architettura parametrica: cos’è, origini ed esempi del Parametricismo

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Heydar Aliyev Center, Baku, Azerbaigian, Zaha Hadid Architects

Da Luigi Moretti alla Triennale del 1960 fino al manifesto di Patrik Schumacher e alle opere di Zaha Hadid: storia dell’architettura che affida la forma agli algoritmi, e che da metodo vuole diventare stile

Algoritmi, parametri, curve continue, superfici che si torcono e si piegano: sotto il nome di architettura parametrica rientrano gli edifici la cui forma non è disegnata a mano, linea per linea, ma generata da un sistema di regole.  L’architetto può controllare con precisione una moltitudine di parametri: orientamento del sole e del vento, flussi di persone ed esigenze funzionali, i carichi strutturali e comportamento dei materiali. Il software trova la geometria più efficiente per rispondere a tutte le necessità. Basta poi cambiare un solo valore perché l’intero edificio si riconfiguri. Non parliamo di stile, quindi, ma un metodo di progettazione parametrica. Poi c’è chi sostiene il contrario, e su questa ambiguità si gioca gran parte della sua storia.

Renzo Piano Building Workshop, sede della Fondation Jérôme Seydoux-Pathé, Parigi, 2014

Renzo Piano Building Workshop, sede della Fondation Jérôme Seydoux-Pathé, Parigi, 2014 - Ph. Michel Denancé

Le origini dell’architettura parametrica: da Gaudí a Luigi Moretti 

L’idea di affidare la forma al calcolo è molto più antica dei computer. A fine Ottocento Antoni Gaudí studia la cripta della Colonia Güell con modelli di corde e sacchetti di pallini appesi a testa in giù: le catenarie trovano da sole la forma più efficiente per reggere i carichi, e all’architetto basta ribaltarle. Gaudí non disegna la forma: la lascia trovare alla gravità. Nel Novecento la stessa logica guida i gusci, le volte e le tensostrutture di Félix Candela, Pier Luigi Nervi e Frei Otto, progettisti per cui la forma nasce prima di tutto dai numeri. 

ristorante Los Manantiales, Xochimilco, Città del Messico

Félix Candela, ristorante Los Manantiales, Xochimilco, Città del Messico, 1958

Il nome, però, nasce in Italia. Negli anni Quaranta l’architetto romano Luigi Moretti parla per primo di architettura parametrica, e nel 1957 fonda con il matematico Bruno de Finetti l’IRMOU, un istituto di ricerca matematica applicata all’urbanistica. Alla XII Triennale di Milano, nel 1960, il gruppo espone grafici e modelli in gesso di uno stadio di calcio la cui forma deriva da una ventina di parametri: dalla visibilità del campo da ogni posto al costo dei biglietti. Per Moretti l’architettura non si gioca nel rapporto tra forma e funzione, ma nel processo che porta a definirle. Mezzo secolo prima dei software, ci sono già la prima intuizione.

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Luigi Moretti e IRMOU, modelli degli stadi di calcio M e N, dello stadio del nuoto, dello stadio del tennis e di un cinema.

Luigi Moretti e IRMOU, modelli degli stadi di calcio M e N, dello stadio del nuoto, dello stadio del tennis e di un cinema.

Il Parametricism Manifesto di Patrik Schumacher 

Quell’intuizione resta a lungo una curiosità per specialisti. Diventa pratica corrente solo con la diffusione della modellazione digitale, e teoria solo nel 2008. Durante la Biennale di Architettura di Venezia, Patrik Schumacher – al fianco di Zaha Hadid dal 1988 e oggi alla guida del suo studio – presenta il Parametricism Manifesto. Schumacher non propone un metodo: rivendica un’epoca. “Il Parametricismo è il nuovo grande stile dopo il Modernismo”, scrive. “Il Postmodernismo e il Decostruttivismo sono stati episodi transitori che hanno condotto a questa nuova, lunga ondata di ricerca e innovazione.”

Come ogni manifesto che si rispetti, anche questo detta divieti e comandamenti. Da evitare: tipologie familiari, oggetti platonici, linee rette, angoli retti, semplice ripetizione. Da perseguire: ibridare, deformare, far mutare le forme le une nelle altre, “programmare anziché modellare”. Ne esce un’architettura senza spigoli, che secondo Schumacher deve rispecchiare la complessità “liquida” della società contemporanea a ogni scala, dalla città fino al mobile.

Zaha Hadid Architects, aeroporto internazionale di Pechino-Daxing, 2019

Zaha Hadid Architects, aeroporto internazionale di Pechino-Daxing, 2019 - Ph. Hufton+Crow

Zaha Hadid e gli esempi più celebri di architettura parametrica 

Se Schumacher è il teorico, Zaha Hadid (1950-2016) è il volto del Parametricismo. Consacrata nel 1988 dalla mostra Deconstructivist Architecture al MoMA di New York, l’architetta anglo-irachena abbandona progressivamente gli spigoli taglienti degli esordi per superfici sempre più continue, in cui pareti, coperture e pavimenti si fondono in un unico movimento. L’opera manifesto è l’Heydar Aliyev Center di Baku (2012): un’onda bianca che sale dal terreno e non si interrompe mai.

Il Parametricismo è arrivato anche in Italia, e a Milano ha persino un soprannome. La Torre Generali di CityLife ruota su sé stessa piano dopo piano: per i milanesi è semplicemente “lo Storto”. Più a sud, la stazione di Napoli Afragola (2017) scavalca i binari dell’alta velocità come un ponte abitato.

Aedas, Al Bahr Towers, Abu Dhabi, 2012.

Aedas, Al Bahr Towers, Abu Dhabi, 2012.

Oltre la curva: il parametro come prestazione

Ridurre l’architettura parametrica a un repertorio di onde, però, sarebbe un errore. Gli stessi strumenti servono anche a far funzionare meglio gli edifici. Le Al Bahr Towers di Aedas ad Abu Dhabi (2012) sono avvolte da oltre mille elementi a ombrello che si aprono e si chiudono seguendo il sole: una rilettura delle tradizionali mashrabiya affidata a un algoritmo. All’Università di Stoccarda, i padiglioni di ricerca ICD/ITKE usano il calcolo per ottimizzare legno e fibre, imitando strutture naturali come il guscio dei ricci di mare. Qui il parametro non produce un’immagine: produce risparmio di materiale ed energia. 

Stile o strumento? Le critiche al Parametricismo

Proprio questa doppia natura alimenta il dibattito. Molti critici contestano a Schumacher l’idea stessa di stile: “parametrico”, ha osservato il ricercatore Daniel Davis, è un termine ordinario, e se il manifesto avesse chiamato quel linguaggio “Hadidismo” nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. Il punto è tutto qui: uno stile che coincide con una firma rischia di essere un marchio. Altri notano come le icone più celebri siano nate per committenti in cerca di immagine, e non sempre democratici, dall’Azerbaigian al Qatar. Nel frattempo, “parametrico” è diventato un’etichetta buona per qualunque forma ondulata, dalle facciate dei centri commerciali agli arredi stampati in 3D.

L’architettura parametrica oggi

A quasi vent’anni dal manifesto, gli strumenti parametrici sono entrati in quasi tutti gli studi di architettura, e oggi si intrecciano con l’intelligenza artificiale. Spesso servono a progettare edifici che di fluido non hanno nulla. Lo stile, invece, non è diventato universale: lo ammette lo stesso Schumacher, che in un’intervista del 2026 a Dezeen si è detto insoddisfatto della lentezza con cui viene adottato. Il Parametricismo voleva essere uno stile ed è diventato uno strumento. Forse è la sua vittoria più grande, anche se non quella che il suo teorico sperava.

12 ottobre 2026
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